lunedì, 06 luglio 2009
venerdì, 03 luglio 2009
E' solo una fottuta giostra. Si sale e si scende, per poi risalire. Nel mezzo, una gran voglia di scrivere. Scrivere di quella passione bambina, piccola in mezzo ai piccoli, a capire che l'incerto è l'unica cosa certa. Che il viaggio è nelle vene, e che dove vai lasci un pezzo di cuore, che magari qualcuno raccoglierà e ne farà il suo giocattolo. Finché non si stanca e non lo butta per strada, dove un gatto lo prenderà per la sua punta filiforme e agiterà le zampette per farlo muovere. Ma quel pezzetto di cuore è già morto. L'uomo e la donna sono farfalle. Un battito d'ali e già qualcosa è cambiato.

La valigia è pronta. Domattina non resterà che raccogliere le ultime cose, e salutare quel gatto che forse non rivedrò più. Ma so già che non lo incontrerò, non per quest'anno. Io non ho tempo per lui, e lui non ha tempo per me. Gli faccio ciao col pensiero. Se vorrà, lui mi vedrà. Ma non mi darà risposta, già lo so. Perché in fondo è solo un gatto, e non è molto bravo con le parole. Lui si esprime per fusa che si lasciano fraintendere. Lui ti segue, ma solo per pochi passi. Poi tu te ne vai, piccolo in mezzo ai piccoli, a cercare altre fortune in posti nuovi. Ma il gatto si è già voltato. Per la sua strada, altre fusa e altri pezzetti di cuore con cui giocare.
giovedì, 02 luglio 2009
CIMG3625-3Una ricetta speciale per esorcizzare l'inevitabile nostalgia. Un piatto tipico dell'atipicità, nato da cause di forza maggiore. La necessità di combinare i resti di due mesi che non si dimenticheranno facilmente. Ho raccolto i frammenti e li ho messi insieme. E' un intruglio confuso ma pieno di colori, in cui ho unito ingredienti che insieme sanno di follia. Che danno allo stomaco, alla testa e al cuore. Che mixano sapori, e che ricordano che poi bisogna ripulirsi. Dentro e fuori. Che due mesi son passati, e altri due verranno. E che saranno di quelli cruciali. Forse la mente si farà pesante, ma è il cuore che dovrà riscoprirsi leggero.

Wurstel & Surimi per lasciarsi alla spalle il passato e accogliere il futuro. Un pasto da consumare per sigillare una transizione. Un passaggio in avanti con lo sguardo all'indietro. Perché se tutto è caotico è perché in fondo non se ne può fare a meno. E se saranno dolori, lo stomaco si prenderà il suo tempo per metabolizzare il tutto, e ti restituirà nuove consapevolezze. Quella di aver scoperto un altro sapore. E che in fondo tanto male non era.
lunedì, 29 giugno 2009
CIMG3201-2-2Non c'avrei scommesso. No, non l'avrei fatto, eppure oggi è un giorno di festa. E il patrono di Roma non c'entra proprio nulla. Oggi i miei genitori festeggiano ventinove anni di marimonio.E non c'avrei scommesso, dicevo. Non un centesimo. E non credevo nemmeno fosse questo lo spirito. Sempre schizofrenico, sempre a rischio scenata. Ma l'ultimo weekend mi ha fatto intravedere dei pertugi, quelli che possono ancora esplorare. Loro. Insieme. Con me come comprimario.

La loro è una convivenza a orologeria, sempre pronta a scoppiare. Saturi dei reciproci difetti, portano avanti il sogno della famiglia unita. Il sogno di chi, poi, non l'ho ancora capito. Certo è bello. Certo fa bello vederli entusiasti di fronte alla scoperta di cose nuove. Nonostante la stanchezza, perché gli anni passano, ma le esigenze restano sempre le stesse. Respiro e piacere. Piacere e respiro. Un binomio che se negato genera solo frustrazione. Malessere. Logorìo.
Ma vederli per Roma, contenti di vedere e di provare, di uscire dal nido di vetro che si sono costruiti negli anni, mi ha fatto riscoprire sensazioni da tempo sepolte nella rassegnazione. Prima mi hanno ricoperto di sconforto, facendomi trovare nuove consapevolezze dal retrogusto amaro. Ora mi hanno regalato una boccata di ossigeno, ma soprattutto l'hanno regalata a se stessi. Dimostrandosi che dopo quasi trent'anni insieme c'è ancora qualcosa da condividere.

Che poi sta tutto lì, nella condivisione del bello che c'è. Un bello che ha gli stessi confini dell'infinito, che quel nido di vetro faceva vedere ma non toccare. Ora il tatto ha fatto la sua parte, e lo stare insieme si carica di nuove energie. E di buoni propositi.
Dopo i cinquanta è bene viaggiare, ma anche prima non fa male di certo. Ora lo so anch'io.

Che gli occhi vedano.
Che le mani tocchino.
Che il naso annusi.
Che le orecchie ascoltino.
Che la bocca si gusti ogni giorno tutto il buono che c'è.
mercoledì, 24 giugno 2009
Chissà se sarà il tempo della nostalgia. Chissà se Roma sarà davvero un capitolo chiuso. Chissà come andrà, nella città del mio amato mare. Chissà quali pensieri mi attraverseranno. Chissà dove guarderanno i miei occhi, se avanti oppure indietro. Chissà per quanto continuerò a sentirmi sospeso in una situazione che stravolge ogni prospettiva. Chissà quando ti rivedrò, Roma.

Una cosa però la so. Io dovrò rivederti. E capire se quella sospensione era solo un'allucinazione. E capire se c'è davvero qualcosa da capire.
Chissà cosa, poi. Chissà.
domenica, 21 giugno 2009
Non è un semplice gioco di ombre, quello che ho visto stanotte. Non è stata un'illusione ottica, perché è nell'aria che ho sentito qualcosa. Non mi si chieda che cosa. Era un semplice qualcosa, uno di quelli che non si spiega facilmente. Nemmeno se hai dimestichezza con le parole, nemmeno se sei amico di tutto ciò che è surreale.

Ho dato da mangiare alla gatta. La solita interruzione notturna. Peccato che questa volta fossi ancora sveglio, nonostante fossero le quattro. Ma era la notte tra sabato e domenica, e lì, si sa, le ore si fanno più piccole. Le avevo dato un po' delle sue crocchette, quelle fatte apposta per non far soffrire i suoi reni. Lei mangiava, io annusavo l'aria. Pioggia non ce n'era, ma era da poco che era passata. L'estate è arrivata, sì, ma solo sulla carta. E volevo rientrare, faceva pure fresco. Ma qualcosa mi diceva di aspettare.
Poco prima mi ero soffermato a guardare per terra. Sul pavimento del giardino, l'acqua si stava riassorbendo in modo strano. Bizzarro. Le forme non avevano senso, o almeno così mi sembrava. Era bagnato sì, ma in un modo che non capivo. Perché non erano le zone coperte dagli alberi a essere asciutte. Non era dal fuori al dentro, o viceversa, che aveva deciso di evaporare. L'acqua era lì, a chiazze. E mi è venuto d'istinto darglielo, quel senso. Così mi sono messo a guardarla.

Ho visto un cane che mi ricordava qualcuno. Il mio cane, morto cinque anni fa. Ho sorriso. Ma una parte di me ha pensato che fossero solo fantasie.
Davanti un volto conosciuto, stampato ad acqua lì per terra. Era il mio, con i miei tratti distintivi, i miei difetti pronunciati. Ero io che guardavo lei. Milly, la cagnolina. La mia cagnolina. Mia non per possesso, ma per affetto e per attaccamento. O forse era lei che guardava me, ma vista la scena è più probabile la prima ipotesi. L'acqua rifletteva me che guardavo lei. O almeno è questo che ho pensato. E che penso tuttora.

Credo che in questi casi non esistano verità assolute. Solo sensazioni, solo brevi emozioni. Solo quelle crocchette, quell'acqua e quel giardino. E quei due animali di carne e umidità. Di presente e di passato. Per un futuro che è tempo senza confini, per un ricordo che vive di cose che non possiamo capire. Di una realtà che è tutto e il contrario di tutto, cioè di se stessa. Di noi che andiamo avanti, ma che ogni tanto ci ritroviamo con la testa rivolta all'indietro. Per volere di chi, poi, nessuno ce lo dirà mai. Forse. E non lo capiamo. Perché son solo sensazioni, solo brevi emozioni.

Ciao Milly. L'acqua non ti scorda mai.
venerdì, 19 giugno 2009
lunedì, 15 giugno 2009

Qui le ragazze si truccano pesante e si vestono aggressive. Sembra che vogliano mostrare una certa faccia, sembra che allo stile di vita della metropoli vogliano rispondere usando la forza. Con uno stile che è pura forza visiva, ma anche un modo di atteggiarsi, di comportarsi. Di muoversi e di parlare.

I visi gentili qui sono pochi, sono poche le primule viola e blu. Si contano sulle dita di una mano, forse due, ma sono sempre poche. E quelle che vedi sembrano forestiere, pesci d'acqua dolce finiti per caso, magari per sbaglio, in questo mare di acqua salata. Sarà la salsedine di un mare che non c'è, a dar loro sapore. Un sapore che è trucco pesante e un vestire aggressivo, sì.

Lo vedi dalle eccezioni, perché sembrano appena arrivate. Come me. Studentesse fuori sede, pendolari. Magari semplici turiste. Si distinguono dalle altre perché ti ricordano le donne che vedevi prima di arrivare nella grande città. Dove tutto era più piccolo e meno potente. Anche il bisogno di aggredire, anche la voglia di gridare agli occhi degli altri che alla fine dei giochi ci sei anche tu.

venerdì, 12 giugno 2009
mercoledì, 10 giugno 2009
La metropoli va vissuta, e va vissuta fino in fondo. Ha talmente tante facce che bisogna saperla osservare bene. E' come se due occhi non possano bastare, è come se servisse qualcosa di più. Come un terzo occhio.
Eppure in giro ci sono tanti sguardi persi, ipnotizzati da chissà quali pensieri. Alcuni sembrano intrappolati in un vortice mentale da cui non riescono a uscire. Li vedi che fissano il vuoto, fermi o in movimento che siano. Ogni tanto sospirano, ogni tanto s'interrompono e tornano tra i vivi. Sembra una forma di isolamento indotto da non so quale forza.

In questo io un po' gli assomiglio. Attraverso la città staccandomi dal mondo esterno. Con uno solo dei miei sensi, ma lo faccio. Cuffie all'orecchio e musica sparata. I Green Day sono la colonna sonora dei miei viaggi urbani. Non li ascolto sempre, ma abbastanza spesso. Ogni volta che sento il bisogno di scaricarmi. E di ricaricarmi.

Ogni tanto, però, quando mi lascio andare al disordine dei suoni è come se mi mancasse qualcosa. Mi isolo, ma sento che così mi sto perdendo qualcosa. Sento di essermi dissociato dal contesto in cui mi trovo, di aver perso il contatto con la metropoli. E' una sottrazione dell'esperienza che mi provoco per mano mia. Sovrappongo rumore a rumore, copro la voce. La voce della città. Perché la città parla. Ha tante cose da dire, tante cose su di sé e sulle persone che ci vivono. Sulle persone che sono, sulle persone che siamo. Tante cose per cui farsi un mezzo sorriso, talvolta intero. Tante cose su cui incazzarsi un po', talvolta tanto.

Ascoltare musica mentre tagli la città ti fa sentire un superuomo. Ti stacca dai limiti e ti fa andare oltre. Te li fa superare, canzone dopo canzone. Anche se solo nella tua testa. Ti dà la sensazione di essere una persona migliore, e forse lo diventi davvero.
Io, ai menestrelli della metro, il primo euro l'ho dato pochi giorni fa. Avevo avuto già diverse occasioni, ma non avevo mai tirato fuori un centesimo. Mi ero pure rallegrato con le loro note, le loro melodie, ma avevo sempre avuto le braccia corte. La prima moneta l'ho regalata l'altro giorno, quando di quelle note e di quelle melodie non potevo sentire proprio nulla. Avevo l'mp3 acceso, sentivo solo quello che mi arrivava direttamente nelle cuffie. L'uomo ha suonato un po', sorridendo a destra e a manca, poi ha cominciato a porgere il suo bicchierino di plastica per chiedere bontà.
Il mio euro è arrivato lì, proprio la volta che la musica del menestrello nemmelo l'avevo sentita. Proprio la volta che il mio gesto non poteva essere un "grazie" per le belle vibrazioni. Proprio la volta che non avevo uno straccio di motivo per tirar fuori i miei spiccioli. Se non per un briciolo di cuore, se non per l'inerzia di una musica che non era sua.
martedì, 09 giugno 2009

Non sono uno che va controcorrente a prescindere. Anzi, spesso lo trovo scomodo. Inopportuno. Per questo non mi vanto, ma sento dentro di me una pulsione non da poco. Perciò lo devo dire. Mentre l'Europa va a destra, io mi ergo, deluso quanto inamovibile, contro tutta la potenza di questa inquietante marea.
Potenza, sì. Perché le destre del Vecchio Continente ora possono fare la voce grossa. Hanno riconquistato feudi perduti da tempo. Hanno guadagnato terreno. Sono entrate nella grazie della gente. E questa cosa, non fosse che alla politica non voglio dare troppo peso, mi spaventa non poco.

Sono deluso dagli europei, ma non conosco bene le singole realtà perciò evito di andare oltre. Sono deluso, delusissimo dagli italiani. Anche se non mi aspettavo di meglio. Anzi, il Pdl che cala un mezzo sorriso me lo riesce a strappare. Però se penso che i voti si sono sostanzialmente spostati verso la Lega sento un brivido lungo la schiena. E' evidente come le leggi (quasi) razziali volute dal Carroccio non hanno impensierito nessuno, anzi, hanno raccolto consensi. Altro brivido.
E sono deluso pure dai miei concittadini. Hanno rieletto lo stesso sindaco. Un plebiscito, dovuto più al successo della lista civica che lo sostiene che dei partiti veri e propri. Più del Pd e pure del Pdl. A Fano non vincono le idee, e qui i casi sono due. O la città è davvero innamorata di Aguzzi, oppure si sono attivati meccanismi che non mi spiego.

Il futuro è blu. E nero. Per il rosso è ancora tempo di riflessioni. La soglia di sbarramento non è stata superata. In questo senso ha vinto l'antidemocrazia, che in nome di una fantomatica governabilità impedisce ai non allineati, a chi non si riconosce nei partiti maggioritari, di essere rappresentati. In Italia come in Europa. Di buono c'è che a sinistra non ha sfigurato una forza politica che sta provando a ricostruire qualcosa al di fuori delle gabbie ideologiche. Vendola e i suoi hanno fatto poco meno di Ferrero e compagni. Per me è da lì che si deve ripartire. E da un'alleanza con un Pd a guida Serracchiani. Serve quella freschezza, serve il coraggio di innovare al di là dei vecchi schemi. L'antiberlusconismo è un'arma a doppio taglio, e si è già dimostrata un fallimento. Attaccare il premier senza dare l'impressione di avere un programma migliore del suo serve solo a far crescere lo scetticismo dei berlusconiani verso la sinistra. Una sinistra messa già alle corde da una cultura che non è più la stessa e da associazioni di pensiero che sfociano su tasse, mortadelle e immigrazione sregolata. Servono idee per costruire qualcosa, non campagne per distruggere qualcuno. Anche se quel qualcuno se lo meriterebbe tutto. Ma non funziona. Significa fare il suo gioco. Perché Berlusconi si prende le tue carte e te le ritira contro. E la folla applaude.

Nel giorno dopo lo spoglio sento di dover riaffermare la mia posizione. Le mie idee. Le idee di un mancino fiero in un mondo di destri. Nonostante la marea. Nonostante non siano i tempi migliori per essere di sinistra. Perché il Vecchio Mondo va a destra, mentre il Nuovo si è scelto Obama. Il primo ha detto di usare molto la tv per farsi un'opinione su chi votare, il secondo si affida parecchiio alla Rete. Se uno è "vecchio" e l'altro è "nuovo" forse un motivo ci sarà.

giovedì, 04 giugno 2009

Una volta a settimana cerco di tenere leggero lo stomaco per tenere più pesante il portafogli. Mi porto un'"Insalatissima Rio Mare" da casa, e un pacco di schiacciatine. A volte non mi basta. Infatti oggi ho aggiunto al menù una coppa piccola di gelato. Un euro e cinquanta, gusti fragola e kit-kat. Più la panna.
Fatto sta che in giorni come questo non ho bisogno di andare in nessun locale, se non in gelateria quando arriva l'ora di rinfrescarsi la bocca. Per questo me ne vado in un camminatoio piazzato lungo un viale non molto distante dall'ufficio. C'è un po' di verde, ci sono un po' di panchine. Vado lì e mangio. Di solito mi metto tra l'inizio e il centro del vialetto. Oggi, però, ho notato dei ragazzi che mi convincevano poco. Erano un po' trasandati, e anche se non sono tipo da facili pregiudizi ho comunque preferito proseguire e sedermi più avanti.

Finito di mangiare ho cominciato a guardarmi intorno. E' uno di quei momenti di cui l'uomo della metropoli non può fare a meno. Dove il reale diventa surreale. Dove ti senti come sospeso tra una vita vera e una un po' meno onesta con chi la vive. Perché t'inganna. Ti dà un senso di realtà, ma non sai mai se lo sia davvero.
Da lontano ho visto un ragazzo di colore che stava venendo nella mia direzione. Aveva delle cose che gli sporgevano dalle braccia, che ho poi ho scoperto essere calzini di varie tinte e fantasie pronte per essere vendute. Uno dei ragazzi poco rassicuranti che avevo visto prima si è alzato dalla sua panchina e si è messo a correre verso di lui. Alle sue spalle, con in mano una lattina di qualcosa. Credo fosse Coca Cola.

Mi sono immaginato di tutto. "Cosa vorrà?", mi sono domandato tra me e me. Lo insulterà, lo deriderà. Magari gli vorrà rovesciare addosso quell'intruglio nero che si stava bevendo. Sono arrivato a ipotizzare pure una pugnalata alla schiena. Ma una volta vicino lo ha chiamato, e il ragazzo di colore si è voltato. Si sono detti qualcosa, ma ero troppo lontano per capire cosa. So soltanto quello che ho visto. Il giovane che l'aveva appena raggiunto ha allungato il braccio per offrirgli l'ultimo goccio della sua bibita. Il nero ha fatto un cenno con la testa e ha preso in mano la lattina. Poi si è girato e ha continuato a camminare verso di me, sorseggiando Coca Cola avuta in dono da un poco di buono più buono di me.

martedì, 02 giugno 2009
Era da venerdì che lo vedevo lì, fermo su quel tettino, nel cortiletto in mezzo al quadrilatero degli uffici in cui vado ogni giorno. Una specie di tubo con gli angoli, una sorta di trappola che ha una sola uscita. Il cielo. O voli su, o muori. E se sei un piccione non dovresti avere problemi, peccato essere poco più in alto del piano terra. Peccato che i piani del palazzo sono in tutto almeno sei, non l'ho ancora capito. E peccato che sei lì da giorni, in quell'angolo. Forse hai un'ala rotta. Ti ho osservato dal finestrotto del bagno ogni volta che mi scappava. E tu stavi sempre lì, immobile.
Secondo me stai male.

Mi sono preoccupato. Mi è venuta una specie di ansia. Forse era ansia da prestazione, perché volevo fare qualcosa ma non sapevo cosa. Né come. In quel posto io ci sono appena arrivato, e l'amore per gli animali a volte viene visto come infantilismo, come una passione da donnicciole. Che poi non è solo amore, è rispetto. Ma molti non lo capiscono, e questo mi blocca.
E' che tengo alla vita, in qualunque forma. O quasi, dai. E mi dispiaceva tanto vedere lì quel piccione. Ero sicuro che sarebbe morto se qualcuno non fosse intervenuto.
Ieri ho lavorato male, non riuscivo a concentrarmi sui miei doveri. Forse perché una parte di me sapeva che il mio dovere, in quel momento, era un altro. Io dovevo salvare quella bestiola. Mi sono sentito terribilmente impotente, bloccato tra il senso di colpa di chi parla ma non fa e la consapevolezza, la certezza di essere solo. Il solo in quel posto, a potersi preoccupare davvero di un piccione rimasto intrappolato in un cono d'ombra tra la vita e la morte.

Erano le 7, avevo già fatto un'ora di straordinari. Ero stanco, volevo andare a casa. Ed ero pure nervoso per i fatti miei. Mi son detto: "Basta me ne vado, non voglio pensare più a niente".
Ma uscendo mi sono fermato dal ragazzo della vigilanza. Ho dovuto farlo, altrimenti non credo me lo sarei perdonato davvero. Gli ho chiesto come si potesse arrivare in quello spiazzetto. Perché mi sono studiato la geografia di quella sorta di trappola architettonica, ma io come arrivare in quel buco non l'avevo mica capito.
"Senti, sai dirmi come si arriva in quel cortiletto interno?"
"Quale?"
"Quello che sta in mezzo.. (silenzio).. Perché.. c'è un piccione, lì su un tettino, che mi sa che sta male. Se resta lì muore".
"Do' se passa? Mica lo so", mi fa.
Il vigilante ne sapeva meno di me.
"Famme pensà", ha aggiunto. "Forse forse... No... me sa de no".
Io l'osservavo riflettere invano e a voce alta, contento che il mio gesto non fosse già stato deriso.
"No perché, cazzo, me dispiace pure a me se c'è 'na bestiola de mezzo. Fosse per me ammazzeria le persone, piuttosto. Se me dici de ammazza un cane o 'na persona, io te 'mazzo la persona. Non me frega gniente. So' mejo loro de noi". 
Quelle poche parole, e mi sentivo già meno solo.

Non abbiamo capito, però, dove si potesse passare per recuperarlo. "Che poi io c'ho paura pure a prendelo, però me dispiace", mi ripeteva il vigilante. "C'ho paura de faje male".
Lo guardavamo da una finestra interna, incerti sul da farsi, uniti nell'apprensione per quel povero volatile.
Poi è passato per le scale un collega, e il ragazzo lo ha fermato. "Senti oh, te che qui sai tutto, do' cazzo se passa per arrivà là dentro? Vedi quella porta? Da 'ndo se sbuga?".
"Quello è il bagno deji omini", risponde l'uomo.
"Il bagno deji omini?", chiede il guardiano stupito.
"Sì, è il bagno deji omini", ribadisce lui.
E io: "Aaahhh, ho capito". E' che io non potevo saperlo, vado sempre al bagno del secondo piano.
Ma avevamo parlato troppo forte. Troppe voci sovrapposte. Così il piccione si è mosso, spiccando un volo verso l'alto con il fare di chi scoppia di salute. E di chi s'è rotto pure un po' le scatole di tutto quel baccano. Altroché le ali.
"Ma allora non sta 'mmale!!", fa il guardiano.
"Eh no! - faccio io - Meno male!!"
"Vòi vedé che c'ha fatto la cova?", chiede lui.
Ma da lì non si vedeva. Sono corso al solito bagno, quello del secondo piano, quello da cui l'avevo sempre osservato. Ho cercato di fare in fretta, prima che il piccione si rimettesse in posizione. E dalle finestre ho visto piccole pagliuzze, e una punta bianca che sporgeva, forse la punta di un piccolo uovo. Era solo un forse, ma tutto lasciava pensare a un piccolo nido.
Sono tornato di sotto, e ho descritto la scena al vigilante.
"Massì, vedrai che è 'na cova", mi ha detto.
E io gli ho confidato che avevo pensato a questa ipotesi, ma il fatto che non si muovesse quasi per nulla, che fosse poco reattivo ai fischi che gli facevo dalla finestra, mi aveva fatto pensare al peggio.

Io e il guardiano ci siamo messi d'accordo: da qui fino al resto del mese, cioè quando finirò il mio stage, lo terremo d'occhio e valuteremo cosa fare. Anche perché come faranno i piccoli a uscire? Non lo so, so solo che non sono solo. So solo che questa metropoli non è solo grigio e asfalto. So solo che il cuore è universale. E che per me c'è una nuova missione. Ritrovare la fiducia nei piccioni e nelle persone che mi tubano intorno.
lunedì, 01 giugno 2009

Giorno di pioggia nella grande metropoli, e io stamattina mi sentivo un po' come quel cielo. Grigio. Piccole grandi sensazioni del risveglio, e il bisogno di guardare oltre le piccole grandi cose del tempo che ti scorre davanti.

Ma un menestrello mi ha dato una mano a tornare come quel cielo avrebbe voluto. Sereno. Alla solita fermata della solita metro è salito un uomo con un flauto di pan e un microfono ad altezza bocca tenuto su da un'asticella nera che girava dietro la nuca. Da quel semplice insieme di elementi usciva una melodia che non sono capace di descrivere. Non ne sono all'altezza, ma so bene che cosa ho provato. Mi sono sentito trasportato fuori da quel vagone, fuori da quella metro. Fuori da quella città. Ero in un posto esotico, anche se con uno solo senso, l'udito. Ero altrove, anche se in realtà non mi ero mosso di lì. Si è interrotta la musica della metropoli, è come se per un attimo si fosse spezzata un'ipnosi lunga un mese, e che negli ultimi giorni si era fatta più profonda.
Una donna sulla sessantina stava leggendo il suo giornale. La faccia era quella della snob di turno, sempre con le guance all'insù, con i bordi delle labbra perennemente nella posa di chi è contrariato e non sa più se tenersi per sé il suo disappunto. E lo guardava così, con gli occhiali abbassati e lo sguardo appena di traverso. Pensavo sarebbe intervenuta per dirgliene quattro, e in effetti non so dire se l'abbia fatto davvero. Perché come al solito ero arrivato alla mia fermata. Non è colpa mia se devo scendere sempre nello stesso posto, esattamente la fermata successiva a dove salgono tutti i tipi strani che salgono e allietano, scocciano e talvolta intimoriscono il popolo della metro.
Una volta sceso mi sono accorto che non pioveva più. Il cielo era ancora coperto, e qualche goccia provava ancora a cadere sulle teste dei passanti. Ma con molta meno convinzione, molta meno intensità. Quel grigio si era fatto un po' meno grigio, così come il mio stato d'animo. Il cielo rifletteva me, e io riflettevo lui.

Fuori dalla stazione un ragazzino, credo fosse rom, ha tentato di vendermi un ombrello.
"No grazie", gli ho detto.
"Dai, compralo, solo cinque euro!", ha insistito lui.
"Ma ce l'ho, l'ombrello!", gli ho risposto. "Solo che non piove più, quindi l'ho messo via".
Solo che non piove più. Già.
E io dico, "grazie menestrello".

domenica, 31 maggio 2009
Davanti ai fuochi d'artificio cado in un profondo stato meditativo. Cado, ma è un po' come risalire. E' un po' come fare ordine tra il disordine delle esperienze, come puntare una torcia contro un cielo coperto. Sono spari di una fulminea illuminazione, che spazzano via la spazzatura tra i pensieri di una giornata grigia.

Te lo fa vedere stellato, quel cielo. Te la fa vedere un po' più chiara, quella giornata.  Le stelle sono lì, basta avere gli occhi giusti. Che sia sole, che siano astri che puntinano la notte. Perché il letame concima, e tu lo sai. E se puzza, in fondo, è solo per darti un po' di brio. Uno scherzo della natura, un calcio dove non lo vorresti. Un riavvio di quel fottuto loop che ti aveva fatto dimenticare cosa sei.
venerdì, 29 maggio 2009

Un frutto senza polpa. Vuoto di quello che, per natura, dovrebbe avere dentro. Dentro di sé. Dove invece si inseriscono pensieri, numeri. E le motivazioni vanno al minimo storico. Al loro posto, preoccupazioni e vortici.

Ci vuole una scossa.

 

4153_1108075114692_1611263472_252281_4336911_n

 

mercoledì, 27 maggio 2009

Qui c'è così tanta gente che una persona, una volta che la incontri, stai certo che non la rivedrai più. Tante facce, tanti maratoneti dell'asfalto e delle rotaie. Loro passano, quasi mai si fermano. Quasi mai. Sembrano farfalle, perché dopo un giorno scompaiono. Come fossero morte.

Eppure ogni tanto ti sembra di riconoscere qualcuno. Non perché li hai davvero già visti, ma perché assomigliano a persone che conoscevi già prima di arrivare nella metropoli. Alcuni sono amici, altri professori dell'università che hai più o meno odiato. Il campionario è vasto. Ma quel che sorprende è la sequela di gente famosa che puoi incontrare in metro.
Oggi ho visto John Lennon, per esempio. Stessa chioma inconfondibile. Il mento era un po' più pronunciato, ma per il resto era lui. Mi sono messo a riflettere su quanto fosse buffa questa cosa. Sovrappensiero mi sono voltato, e il mio sguardo si è fermato su due signori seduti verso una delle uscite. Erano Dustin Hoffman e un Tommy Lee Jones un po' invecchiato. Ho sgranato gli occhi: sì sì, erano proprio loro. O meglio, erano i loro sosia. Sono finito nella carrozza dei finti vip. E pensavo fosse tutto lì, ma alla fermata successiva è entrato un uomo che assomigliava tanto a Mourinho, l'allenatore dell'Inter. Mi sono rassegnato, l'unico non famoso ero io.

Io. E lei. Perché ora posso dire di aver visto due volte la stessa persona. Non era mai successo da quando sono arrivato. O perlomeno non me ne ero mai accorto. C'ho pensato qualche secondo, ma ne ero già certo: l'avevo già vista. Sempre lì, sempre in metro. Stessa linea. Ed era per forza lei. Stessi capelli. Stesso broncio da eterna incazzata. E stessi brufoli. Stesso volto. Stessa faccia tra le tante facce, tra i tanti maratoneti dell'asfalto e delle rotaie. Perché loro passano, e quasi mai si fermano.
Quasi mai.

martedì, 26 maggio 2009

Leggi qui.

Grazie perché stai combattendo per l'orgoglio della categoria. Per la nostra indipendenza di pensiero al di là dei diktat politico-mediatici e della disumanità del marketing.
Grazie perché hai fatto il passo che molti non fanno e non faranno mai.
Grazie Enrico per la dimostrazione, per l'esempio dato. Per l'insegnamento, più valido di certe scene di scuola vissuta.
Perché comunque vada tu, a differenza di altri, c'hai almeno provato.
lunedì, 25 maggio 2009

Stavo per cedere alla depressione di un sabato sera in punto di morire. Una serata nella grande città, ma senza sbocchi apparenti per uscire a divertirsi. Mi stavo rattristando, al ritorno su quel bus pieno di coppiette e di gente stanca dal lavoro. Ma in mio soccorso è arrivato un gruppo di ragazzi down, accompagnati da due persone, un uomo e una ragazza, che li avevano portati in gita nella grande metropoli.
Raccontavano la loro giornata, ridevano tanto. E sbagliavano le parole. Le guide li correggevano, e loro ridevano dei propri errori come fossero comici di se stessi. Ridevano perché si erano fatti ridere da soli, e gli accompagnatori ridevano con loro senza nascondere il lato buffo del difetto.

Non è per la retorica di chi sta meglio solo davanti al peggio, ma mi sono sentito bene a vederli lì su quell'autobus. Non è a pensare che sono fortunato, che un sabato a casa non è la fine del mondo, che mi sono tirato su. No. Non è stato quello. Perché a quel percorso mentale col tempo uno ci si abitua. E poi mi fa sentire un po' scemo, anche se forse non dovrei.

Uno dei ragazzi down si è seduto di fronte a un giovane dalla pelle un po' scura. Credo fosse un indiano. Lo ha guardato un po', con i suoi occhietti piccoli e storti, torcendo leggermente il collo e stringedosi le labbra. Era curioso. Curioso e vagamente ostile. Ha cominciato a dargli dei piccoli calci nelle scarpe, uno a destra uno a sinitra. Poi ancora altri.
"Ehi, buono, buono", gli ha detto l'indiano. A quel punto gli accompagnatori si sono voltati e l'hanno invitato a fermarsi. Ma il ragazzo down era già fermo. Il suo giochetto era finito da qualche secondo, e continuava a guardare lo straniero con la stessa curiosità.

Saranno stati gli occhi dell'indiano a convincerlo a fermarsi. Erano pieni di bontà. La sua era una delle espressioni più buone mai stampate sul volto di un uomo. Fin da quando si era seduto, aveva guardato il ragazzo down con onesta compassione. Lo fissava senza malizia, come davanti a un bambino che intenerisce, o a un cucciolo che vuole giocare con le tue scarpe.
E' quella la scena che mi ha alleggerito la mente, che mi ha fatto pensare che in fondo il mio sabato sera potesse finire lì. E' stato osservare quei due ometti, uniti nella diversità. Diversità tra loro diverse, quelle che danno l'integrazione migliore. Quella che ti fa stare bene, perché ti fa capire che le regole non ci sono, che il normale non esiste.
E che i piccoli momenti fanno grandi le serate.

giovedì, 21 maggio 2009
Una maglietta rossa con su disegnate delle pecore. Tutte bianche a parte una al centro, di colore nero. Sotto il gregge, una scritta che non sono riuscito a leggere. A indossarla era un ragazzo con i capelli abbastanza corti, scuri. Un tipo a posto, ne sono sicuro. Che però portava una maglietta che sa di rivoluzione, un messaggio chiaro che inneggia a qualcosa di sovversivo. Di anarchico. Essere una pecora nera in un gregge di pecore bianche.

Ora io mi domando se ci fosse un collegamento tra quell’indumento e i suoi stranissimi capelli. Che erano abbastanza corti, sì. Scuri, sì. Ma non troppo. Me ne stavo lì seduto davanti a lui, nella solita metro. E a guardarlo bene mi sono accorto che nella parte sinistra della nuca, i suoi capelli castano-bruno erano interrotti da un cerchio bianco. Un cerchio bianco di capelli, forse forse un’ellisse messa in verticale. Una cosa quasi geometrica, tant’è che dubito si trattasse di uno scherzo della natura. Credo molto con molta più facilità che fosse lui ad aver messo di proposito quella chiazza bianca in mezzo a quel “gregge” di capelli quasi neri.

Non è questione di colori. Il ragazzo non mi è sembrato altro che uno di quei metropolìti che non sopportano l’idea dell’omologazione. Che vogliono fare la differenza. Anzi, che vogliono essere la differenza. Che vogliono incarnarla. E se la stampano addosso, indipendentemente dal modo. Che sia una maglietta, che sia una macchia di capelli fuori dal coro. Fuori dal gregge.
Poi è sceso, e di lui adesso non resta che uno dei tanti volti che prende, arriva e se ne va. Chissà dove sarà andato. A farsi una sua vita lontana dal resto del bestiame. O magari resterà qui in zona, a convivere con tutti quelli da cui ha voluto in qualche modo prendere le distanze, puntando su quell’ellisse in testa che lo rende diverso da tutto o da tutti. Oppure, chissà, sarà andato alla ricerca di se stesso. A capire chi è. O a capire chi sia quel pastore invisibile che ogni giorno porta tutte le pecore dentro e fuori dal recinto della metropoli.